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“nuova politica e
partecipazione dei cittadinI” Appunti per il cantiere del “Nuovo Ulivo” |
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il
documento che segue è il risultato, provvisorio e problematico, delle
discussioni interne a “Nuova città- per l’unità dei riformisti” e
dei lavori del seminario ““L’Ulivo: un progetto, un metodo”, che si è tenuto a Chianciano, dal 25 al
27 ottobre 2002 con la partecipazione di oltre
trecento “seminaristi”, in rappresentanza dei tanti comitati,
coordinamenti, associazioni e movimenti di base per l’Ulivo, diffusi
capillarmente sul territorio nazionale. “Nuova città” era presente a
Chianciano con una propria delegazione
ed ha partecipato attivamente sia ai
lavori di gruppo, sia ai momenti assembleari, entrando a far parte,
per la provincia di Pistoia, di quella vasta rete di associazioni per
l’Ulivo, le cui maglie sono in stretto collegamento attraverso il forum
e la mailing list del sito www.ulivo.it..
Per la fine di Novembre è previsto un nuovo incontro
dell’associazionismo ulivista, per programmare un’Assemblea Nazionale
ed eleggere un Coordinamento Operativo Provvisorio dell’ “Ulivo dei
cittadini”, la terza componente dell’Ulivo (le altre due sono gli
“eletti” ed i “partiti”), che si prefigge di dare voce a chi
desidera impegnarsi per rinnovare la politica e per sconfiggere la Destra,
aderendo direttamente all’Ulivo, senza iscriversi necessariamente ad uno
dei partiti della coalizione. L’ordine del giorno
votato a Chianciano a larghissima maggioranza ( il documento è riportato
a pag. 8, in allegato) conferma
la validità della linea politica espressa nel manifesto programmatico di
“Nuova città” e delle iniziative che finora sono state intraprese:
incontri informali con
i partiti e con le realtà istituzionali dell’Ulivo (gli eletti in
ambito locale e nazionale) e collegamenti con altre associazioni e
movimenti toscani impegnati a promuovere
nuove forme di rappresentanza politica. In particolare, con il
convegno del 6 dicembre su “Nuova politica e partecipazione dei
cittadini”, grazie agli importanti approfondimenti degli invitati
esterni che ci onoreranno della loro presenza ed al contributo di tanti
cittadini che interverranno, ci auguriamo di mettere in moto un
processo di coinvolgimento di tutte le forze democratiche del
territorio, che faccia di Pistoia un cantiere per la costruzione (sia pure
in ambito locale) della tanto
auspicata Casa del Nuovo Ulivo . PREMESSA
La società italiana, come del resto
tutti i Paesi dell’Occidente, negli ultimi decenni ha acquisito sempre
più il carattere della “complessità”. Secondo la teoria dei
sistemi, rispetto alle “società semplici” (o “tranquille”),
quelle complesse si strutturano e si sviluppano con una pluralità
crescente di variabili (culturali, economiche, sociali ed etniche), le
quali mutano al loro interno in modo imprevisto e molto spesso
imprevedibile. Varietà, velocità e mutevolezza sono dunque
elementi strutturali dei Paesi ad economia avanzata: si pensi per esempio
al ciclo di vita dei “prodotti” economici e culturali come
un’automobile o un cd-rom. Questo è avvenuto anche per la politica: mai
come nell’ultimo decennio nuovi partiti sono nati, le formazioni
politiche sono cambiate al loro interno e tutto ciò con una velocità
imprevedibile solo qualche anno prima. Ciò premesso, in questa sede
interessa verificare le conseguenze che tali profonde trasformazioni
hanno sulle forme organizzative della rappresentanza politica.
Sia i partiti che gli organismi
politico-amministrativi delle società semplici sono strutture
gerarchiche a forma di piramide, con una precisa distribuzione
dei compiti ai vari livelli, in cui le decisioni vengono prese dal centro
e poi trasferite alla base-periferia. Data la bassa varietà e la scarsa
variabilità degli eventi, i vertici sono in grado di prevedere i
mutamenti, di prendere le
relative decisioni e quindi di trasmettere in breve tempo gli ordini alla
base della piramide. Secondo la teoria dell’organizzazione, quando una
società da semplice diviene complessa, non può conservare la medesima
organizzazione che funzionava in precedenza; in particolare i vertici, che
non posseggono tutte le conoscenze necessarie per governare la complessità,
sono costretti a richiedere le competenze di molteplici soggetti. Per
questo, progressivamente la struttura piramidale si disgrega e le
relazioni gerarchiche vengono profondamente modificate: non più un capo
che decide per tutti, ma una leadership diffusa, in cui emergono le
doti e la creatività di molti. In tale contesto, anche i modi
della comunicazione devono cambiare strutturalmente: non più
informazione dall’alto verso il basso, da emittente a ricevente, ma
comunicazione circolare. Si passa così dal modello della piramide a
quello opposto della “rete”. La rete è composta da persone,
enti, associazioni, istituzioni (i “nodi”) e per funzionare
deve interconnetterli mediante un sistema di “archi”: il potere
è dunque diffuso, la partecipazione necessaria. Moltiplicando le
conoscenze e stimolando le soggettività, la rete permette di passare da
una politica di puro contenimento degli squilibri locali o planetari
(quando questi avvengono), ad una politica capace di vedere nuovi scenari,
di proporli e perseguirli. Fondandosi sulla “cittadinanza situata” dei
vari “nodi” che la compongono, essa consente
inoltre di rispondere adeguatamente alla sfida della
globalizzazione, in quanto valorizza l’identità delle persone e delle
comunità, senza cadere nel trabocchetto dei localismi etnocentrici. Per
funzionare, la rete ha certo bisogno di principi organizzativi, ma
soprattutto di un mutamento culturale profondo. Passando al linguaggio
politico, possiamo dire che la metafora della rete allude al federalismo,
nel significato di “patto” tra i suoi “nodi”. Rete significa
quindi passaggio da una democrazia formale, nella quale la partecipazione
dei cittadini alla vita politica corrisponde al diritto/dovere di andare a
votare, ad una democrazia sostanziale, dove ogni cittadino partecipa
attivamente alla vita sociale e politica. Relativamente alle Istituzioni,
le cosiddette “leggi Bassanini”, con il trasferimento di deleghe
dallo Stato agli Enti Locali, sono state la prima risposta alla
complessità. In questo caso, tuttavia, non si può parlare di
federalismo, ma solo di decentramento. Naturalmente con il federalismo
nulla ha da spartire la cosiddetta devolution della Lega, che non è altro
che la riproposizione organizzativa e culturale del centralismo piramidale
moltiplicato in ogni regione: da un'unica piramide a tante piramidi, tra
loro per niente interconnesse. Una reale accelerazione verso un assetto
istituzionale a rete è avvenuta invece con la modifica del Titolo V della
Costituzione, nella quale si riconosce che “La Repubblica è costituita
dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e
dallo Stato” e non più, come recitava il vecchio art. 14, “La
Repubblica si riparte in Regione, Province e Comuni”. In tal modo agli Enti
Locali e alle Regioni si riconosce un potere originario e non
derivato. Di fronte al “modello partito” del ‘900, fortemente
centralizzato e dominato dall’ideologia, oggi, in una società
individualizzata, in cui non ha più senso parlare di ideologie
corrispondenti a determinati blocchi sociali, si pone il problema di
ripensare la rappresentanza politica. A ben vedere,
non solo in Forza Italia, che si è sviluppata come unione di comitati
elettorali attorno a potenti
notabili, ma in genere in tutti i partiti, il potere effettivo di chi ha
un ruolo di dirigente (segretario, presidente, coordinatore etc.) è in
rapido declino rispetto a quello degli “eletti” ( ministri,
parlamentari, sindaci, assessori, consiglieri), di coloro cioè che hanno
ottenuto un consenso popolare, sia esso motivato da stima e fiducia, sia
frutto di convenienza e scambio clientelare. Come da tempo avviene negli
USA, i partiti italiani per molti versi si stanno trasformando in comitati
elettorali permanenti, in cui gli iscritti vengono coinvolti solo al
momento delle elezioni, allo scopo di procacciare voti per i candidati
(peraltro da essi non scelti) e non già anche per discutere di linee
politiche. Considerando la generale disaffezione verso la
politica ed il relativo calo del tesseramento e della militanza, i partiti
sono ancora riproponibili come luoghi per elaborare idee e progetti,
cercare consenso e stimolare la partecipazione? Oppure la loro
trasformazione in comitati elettorali è ineluttabile? Data la
preoccupante propensione di Berlusconi e del Polo che lo sostiene verso un
sistema di tipo plebiscitario-presidenziale, è possibile che i partiti del Centrosinistra
modifichino il proprio assetto
e la propria strategia, dando vita ad un Nuovo Ulivo,
che riesca ad arginare il
processo eversivo in atto tornando a vincere? In questo Nuovo Ulivo, sono
ipotizzabili uno spazio ed
un ruolo politico per
i cittadini e per le loro
forme associate? L’analisi e le considerazioni che seguono
cercheranno di dare risposta
a queste domande. 1.
Politica fallimentare del Centrodestra Il bilancio del governo Berlusconi, dopo sedici
mesi, appare decisamente negativo sia sul piano politico generale, sia su
quello legislativo (le numerose leggi “vergogna”) e, in particolare, su quello economico
finanziario. Le risorse pubbliche si stanno assottigliando, cresce
nuovamente il debito pubblico rispetto al PIL (che calava dal 1994), ed i
rischi di declino strutturale del nostro Paese stanno nuovamente
emergendo: la grave crisi della Fiat ne è il simbolo sul piano
produttivo. L’economia e la società italiana, dopo l’ingresso
in Europa, hanno perso competitività e oggi arrancano affannosamente; chi
paga maggiormente per questa situazione sono le aree territoriali più
deboli, innanzitutto il Mezzogiorno ed i ceti più deboli. Il fallimento
della politica economica del centro destra sta trascinando il Paese in una
fase di incertezza e di precarietà che si ripercuote sulle istituzioni
democratiche e sulla coesione sociale. La politica del
governo, inoltre, tesa a proteggere l’interesse
privato del Presidente del Consiglio e della sua cerchia, sta alimentando
un clima da crisi civile, sia per il conflitto che produce tra i
principali poteri dello Stato, sia perché, in una larga parte dell’opinione
pubblica, si sta diffondendo la convinzione che non ci siano più confini
tra legalità e illegalità e che venga meno il principio della certezza
del diritto e dell’uguaglianza di ogni cittadino davanti alla legge.
Considerato che il maggior peso dell’elettorato
di Forza Italia è tra gli strati sociali meno acculturati, questo
fallimento potrebbe far prevalere in Berlusconi quella che alcuni
costituzionalisti hanno definito “propensione
eversiva”,
accelerando la già iniziata trasformazione dello Stato in senso
privatistico e personale. 2. Gravi difficoltà del
Centrosinistra
In questo scenario la sfiducia del Paese verso il
Governo è cresciuta e si è
allargata l’opposizione civile e sociale, che ha dato vita ad
affollatissime e pacifiche manifestazioni auto-organizzate, in particolare
a Roma il 14 settembre e a Firenze il 9 novembre. Anche settori
consistenti dell’establishement, che avevano sostenuto Berlusconi con
convinzione, oramai stanno prendendo le distanze da lui. Malgrado ciò,
l’Ulivo non è ancora
sufficientemente credibile come coalizione di governo ed i partiti di
Centro Sinistra stentano ad essere il punto di riferimento di questa
montante opposizione. Esiste una spiegazione molto semplice di questa
scarsa capacità del Centrosinistra di rappresentare completamente
l’opposizione civile e sociale al Centrodestra: la mancanza di unità
dell’Ulivo, la frammentarietà delle posizioni, l’enfatizzata
divisione tra i partiti che lo compongono (
spesso e fine a se stessa, ma causa non secondaria della sconfitta
elettorale), la gara per la
leadership.
Questa spiegazione contiene una parte sostanziale di
verità: i lunghi mesi che ci separano dalla sconfitta di maggio ad oggi
sono stati caratterizzati da tensioni talora rissose, ma oggi sembra che
le divisioni e le fratture tra le varie componenti uliviste abbiano
addirittura superato il segno.
Subito dopo la sconfitta
elettorale, la volontà di rivincita attraverso il rafforzamento dell’Ulivo appariva più decisa. Furono infatti
individuati alcuni obiettivi prioritari ben definiti, come il collegamento
tra i gruppi parlamentari e la società, sedi unitarie dell’Ulivo a livello parlamentare, finanziamento e
costituzione delle prime strutture unitarie locali, una Convenzione
Nazionale costituente entro la fine dell’anno
2001. Successivamente, l’Ulivo
venne proclamato un vero e proprio soggetto politico, composto
principalmente da tre componenti: i partiti, gli eletti e i cittadini
singoli o associati, che dovrebbe dotarsi di una cultura riformista
comune, di un progetto-programma di governo e di regole di vita unitaria.
Infine, ai primi di marzo 2002, i segretari dei sei partiti componenti si
accordarono sul processo costituente della Federazione dell’Ulivo e per
la prima volta affrontarono il tema degli organi, delle regole e dell’
elaborazione di un manifesto programmatico, in cui il nuovo Ulivo si
prefigurasse come una federazione alla quale
le varie componenti cedono parte della propria sovranità. Nessuno di questi progetti
è andato in porto e addirittura, negli ultimi mesi, le tensioni interne
alla coalizione (anche fra i banchi del
Parlamento) si sono ulteriormente esasperate. In ogni componente si
è forse accentuata la paura di perdere quello che resta della propria
identità e di scomparire in un partito unico, senza colore.
Parallelamente si è accentuata la ricerca, da parte di ciascuno, di una
maggiore visibilità anche attraverso posizionamenti diversi e nuove
alleanze interne. In particolare, a causa di un eccesso di competizione,
si è pericolosamente incrinato l’asse tra DS e Margherita, che fino ad
allora era stato il motore principale dell’Ulivo. L’assemblea
dei parlamentari votati sotto il simbolo dell’Ulivo, che si è tenuta alla fine di ottobre,
sarebbe potuta diventare il primo passo per rilanciare la costituente dell’Ulivo, aperta a tutte le altre istanze, a condizione
che si costituisse anche formalmente come organo decisionale, con un grado
di autonomia rispetto ai partiti. Invece l’esito della riunione è stato ancora una volta interlocutorio e incerto. Nemmeno sul piano dei rapporti
tra Ulivo e società ci sono stati sensibili progressi. Anche se il
dialogo con i cittadini non si è mai interrotto, è indubbio che il
rapporto è diventato difficile, per alcuni versi disgregante, sia dopo la
nascita dei “cento
movimenti” e della cosiddetta “opposizione civile”, sia dopo la
firma del sedicente “Patto per l’Italia” da parte di sindacati e
associazioni di categoria. Nei
mesi scorsi sui giornali sono comparsi articoli in cui qualche politologo
di spicco annuncia che l’Ulivo è morto e che non esiste alcuna
necessità storicamente fondata di farlo sopravvivere o di farlo
rinascere. Questo messaggio è stato raccolto subito da Rifondazione
Comunista, da sempre favorevole al ritorno del proporzionale e contraria
Centrosinistra, ma è condiviso anche da alcuni esponenti dell’Ulivo. 3. Necessità di più Ulivo A
questo annuncio ferale si può opporre che alla crisi dell’Ulivo si
risponde con più Ulivo, non con meno Ulivo. La
preoccupante situazione generale impone
in effetti un salto di qualità del Centrosinistra, del suo
programma e della sua organizzazione, ma soprattutto la costruzione di una
volontà collettiva unitaria ( senza la quale non si mette insieme un
programma comune), che valorizzi tutte le componenti della società,
compresi il lavoro autonomo e le piccole imprese, determinanti per la vita
economica e per le sorti elettorali del Paese. L’ipotesi di coloro che vogliono ridurre l’Ulivo a cartello
elettorale o addirittura a patto di desistenza, come quello
sottoscritto con Rifondazione comunista nel 1996, è invece discutibile
per le seguenti ragioni: -
di
fatto mette in discussione il bipolarismo ed il principio maggioritario, che in Italia,
come testimoniamo i risultati elettorali,
oramai godono di un ampio e crescente consenso da parte dei
cittadini italiani (nelle politiche del 1996 nel maggioritario l’Ulivo
ha conquistato 15.762.469 voti a fronte di 13.054.973 voti dei partiti nel
proporzionale; nelle politiche del 2001 questo differenza si è ancor più
estesa: 16.309.656 nel maggioritario, contro 13.203.432 nel
proporzionale). Gli elettori del centrosinistra hanno ribadito di volere
il sistema maggioritario perché esso richiede unità, quindi capacità di
decidere e fine delle “baruffe” tra i partiti.
La sua eliminazione sarebbe certamente un passo indietro nella
costruzione di alternative programmatiche e politiche chiare, sulle quali
i cittadini sono chiamati a decidere e sancirebbe la fine della democrazia
dell’alternanza; -
un
accordo elettorale minimale sarebbe basato quasi esclusivamente sul no,
sulle ragioni contro Berlusconi, e non su un progetto ed un programma
comuni, su cui chiamare i cittadini a riflettere
e ad esprimersi. Questo favorirebbe solo Berlusconi, perché
restringerebbe il campo tra berlusconismo e antiberlusconismo, mentre è
evidente che il bipolarismo si consolida e diventa maturo se sempre più
netti e chiari sono i fattori di distinzione tra il polo di destra e
quello di centrosinistra e se, per contro, più consapevoli e condivisi
sono i fattori di coesione dell’Ulivo; -
il
bipolarismo esiste anche a livello territoriale, come dimostra il fenomeno
delle liste civiche. Dal momento che nel nostro Paese ogni anno si vota in
modo diffuso (10 milioni nel 2002, 9 milioni nel 2003 e così via ),
diventa quasi impossibile limitare l’azione comune alle elezioni
politiche e non avere momenti regolari e periodici di cooperazione e di
direzione a livello nazionale. 4.
Due ipotesi di Ulivo In risposta alla crisi dell’Ulivo sono
venute avanti due ipotesi alternative. - La prima ipotesi parte dal presupposto
che la sconfitta elettorale sarebbe stata in larga parte originata dalla
mancata intesa con Rifondazione comunista e con la lista Di Pietro e
dall’astensionismo di sinistra, che
ha trovato voce nei cosiddetti girotondi. Per questo, se si vuole
recuperare consenso, occorre fare una politica più di sinistra e proporre
un’alleanza strategica a queste due forze politiche, anche trasformando
l’attuale quadro politico interno dell’Ulivo. La proposta sottesa a
questo ragionamento è quella di una federazione che aggreghi tutta la
sinistra (Comunisti Italiani, Verdi, Rifondazione, sinistra DS) e che
sia in grado di spostare verso sinistra l’asse della coalizione. Infatti
l’ipotesi non è soltanto organizzativa, ma punta ad un nuovo
progetto- programma e ad una nuova leadership. Una verifica di
questa possibile convergenza si è avuta in particolare sulla votazione
dell’intervento militare in Afganistan, sia dopo l’11 settembre che
recentemente, a proposito della missione degli alpini. In modo analogo,
verso una nuova aggregazione in parte già prefigurata dalla Margherita,
dovrebbe procedere il riformismo più moderato, sia di matrice
cattolica che liberale e socialdemocratica (Margherita, SDI, UDEUR, DS). L’Ulivo dovrebbe essere
sostanzialmente la risultante dell’alleanza di queste due
grandi componenti. Finora questa tesi ha incontrato parecchi ostacoli:
da una parte l’indisponibilità di Rifondazione Comunista a considerarsi
parte della sinistra riformista; dall’altra il pericolo di
forti tensioni e probabilmente di lacerazioni all’interno dei
singoli partiti- a partire dai DS - che difendono la propria autonomia e
la propria identità; infine il rischio effettivo di snaturamento
dell’Ulivo, a cui questo processo di apertura e di rinnovamento
porterebbe inevitabilmente. - Una seconda ipotesi,
per certi versi più graduale, è quella che ha come traguardo un
Ulivo a cerchi concentrici: partendo
dal centro, si avrebbe un nucleo più compatto, più coeso e più
“riformista”, che formerebbe una vera Federazione, con tanto di
regole, a cui i partiti attuali cederebbero una parte di sovranità; il
secondo cerchio sarebbe composto dai partiti che non vogliono cedere la
propria sovranità, ma accettano di sottoscrivere un’ intesa
programmatica e di governo
che, come alleanza, in qualche modo li vincola; il terzo cerchio
comprenderebbe tutte le altre forze che
si oppongono al centro destra, al
fine di costituire, su alcune convergenze, una sorta di patto o
forum delle opposizioni. In questo scenario il gruppo parlamentare “Artemide”,
che finora si è impegnato per la conferire all’assemblea degli eletti
dell’Ulivo un ruolo unitario rispetto ai gruppi partitici di
appartenenza, potrebbe evolversi da gruppo di pressione ad effettivo
intergruppo autonomo e trasversale, che avrebbe come punto di arrivo la
formazione di un partito parlamentare alla maniera inglese. Le differenze tra le due strategie sono evidenti, in
quanto concernono i tre elementi fondamentali che contraddistinguono una
formazione politica: la cultura di base, il disegno strategico e le
regole interne. Nella prima ipotesi è prevalente un indirizzo più
tradizionale della sinistra, con una accentuazione della sinistra dei
diritti; nella seconda, invece, più marcata è la ricerca di una identità
politico culturale dell’Ulivo, in cui si affermano i valori e le
politiche della cosiddetta “terza via”.
In realtà si tratta di due percorsi distinti, con disegni
strategici diversi, che hanno in comune, come conseguenza, una lacerazione
e una ricomposizione degli attuali partiti che compongono l’Ulivo.
Entrambi sottovalutano sia l’urgenza della situazione politica generale,
sia la cultura di origine e di appartenenza partitica dei singoli e dei
gruppi da associare, che rende alquanto complesso sia il processo di
aggregazione, sia quello di
ricomposizione nei contenuti, nelle posizioni, nei comportamenti e,
soprattutto, nei disegni politici. 5.
L’Ulivo diviso sui contenuti Tralasciando sia le divergenze tattiche,
sia l’unità del fronte contro Berlusconi, la divisione interna
all’Ulivo è reale, poiché riguarda la visione del mondo ed
il progetto-programma da presentare ai cittadini. In effetti, la
differenza di posizione attraversa non soltanto il vertice della
coalizione, ma anche i semplici militanti; divide i partiti e li
attraversa internamente, così come suscita accesi dibattiti all’interno
dei comitati ulivisti. Se infatti si considerano temi
fondamentali come la legislazione economico-sociale (lavoro,
welfare, privatizzazioni, tasse, politica industriale, ambiente); la
scuola, la famiglia, la bioetica; la riforma della giustizia e,
più in generale, le riforme istituzionali, su ognuno di essi,
all’interno della coalizione, si riscontrano differenze di non lieve
entità. Alla radice di
queste dissonanze c’è quasi sempre una cultura di base diversa, tra la
sinistra più tradizionale e quella più moderna, tra laici e cattolici,
tra i differenti modi di concepire il riformismo.
Di fronte a chi sostiene che l’unità dell’Ulivo non può
prescindere dai contenuti, sta tuttavia emergendo chi afferma che
anche l’unità è un valore, un vero e proprio
contenuto (così come lo sono le
norme che regolano e sostengono l’unità) e che sui principali
temi che riguardano il futuro del Paese occorre una ferma volontà di
trovare convergenze e stabili
accordi. Di recente il cammino unitario si è ulteriormente inceppato e
le differenze si stanno in una certa misura esasperando, al punto da
determinare quasi una crisi di identità dell’Ulivo, su temi
significativi quali l’atteggiamento da assumere nei confronti delle
riforme proposte dal Governo, la politica internazionale e il rapporto con
i movimenti sociali, compresi i sindacati. Il motivo scatenante di questa
tendenza alla disarticolazione può essere ricercato nelle elezioni per
il Parlamento europeo, che si terranno con il sistema proporzionale
puro nel 2004, se non viene modificata la legge. Non si sa ancora con
quale identità si presenterà l’Ulivo, se i partiti andranno in ordine
sparso, oppure se riusciranno a trovare alcuni fili unitari, a partire da
una piattaforma programmatica comune. La situazione del Paese è tale che richiederebbe alcune riforme
di tipo strutturale, per renderlo più moderno e competitivo e nello
stesso tempo per dargli più
equità, più diritti e più
servizi sociali. Si tratta infatti di ricostruire l’intero edificio dei
diritti di libertà e della solidarietà sociale su fondamenta nuove,
partendo dalla rottura delle vecchie categorie di classe. Il governo
Berlusconi non soltanto non è in grado di affrontare l’emergenza, ma
addirittura, con una politica economica sbagliata, sta aggravando i rischi
di declino strutturale. L’Ulivo ha il dovere non soltanto di opporsi in
modo fermo e incisivo a tale politica, ma di proporre un’alternativa
politica e programmatica unitaria, credibile e positiva,
avendo ben chiaro che non ci sono soluzioni semplicistiche. I
problemi italiani sono tali che richiedono un lavoro paziente, in cui la
necessaria gradualità del percorso non deve mai oscurare la carica
etica dell’innovazione e soprattutto la direzione di marcia. Un
errore specialmente va evitato: ritenere che l’essere all’opposizione
e non più al governo ci esoneri dalla responsabilità di decidere e di
avere una politica propositiva. L’Ulivo è nato come alleanza riformista
per il governo dell’Italia e quindi deve sempre agire e comportarsi come
se fosse al governo, prescindendo dall’attuale collocazione. Così
acquista la necessaria credibilità non soltanto sul proprio elettorato,
ma anche su coloro che non hanno votato per il Centrosinistra. 6.
La leadership e le regole e dell’Ulivo A differenza
della Casa della Libertà , che è imperniata
sulla figura del leader-padrone e sulla distribuzione del potere
che da questo deriva, l’Ulivo rappresenta meglio la ricca articolazione
della società italiana e il patrimonio di valori e di idee di cui dispone
il nostro Paese e manifesta tutto ciò attraverso un’ampia “squadra”
di personalità dotate di capacità e cultura di governo. Appare quindi
opportuno ricercare le forme organizzative che valorizzino questo
patrimonio di esperienze e di intelligenze, al momento ipotizzando una
leadership collettiva ed un gruppo dirigente che sappia individuare i
temi sui quali condurre una opposizione politica unitaria, senza farsi
imporre l’unità dall’esterno, siano i “girotondi”, le lotte
sindacali o le malefatte del governo Berlusconi. Affinché questa leadership unitaria
diventi un punto di forza elettoralmente credibile, non si sfugge al
problema delle regole dell’Ulivo, al come e quando
decidere. Nei casi in cui si
richiedano scelte e assunzioni di responsabilità, appare percorribile la
strada di democratizzare e responsabilizzare le Autorità di coalizione,
allargandole anche a rappresentanti delle associazioni uliviste. Ad
esempio, in ogni collegio per la Camera l’Autorità potrebbe essere
formata da 30 persone: 10 rappresentanti dei partiti, 10 eletti nelle
istituzioni e 10 eletti direttamente dai cittadini. Se l’Autorità
regionale fosse anch’essa basata sugli stessi numeri (10+10+10),
ammettendo che in una regione ci siano 7 collegi, i 70 eletti diretti del
livello più basso esprimerebbero i 10 del regionale. Dovrebbe tuttavia
esserci incompatibilità tra un livello e l’altro e sarebbe preferibile un organo unico, per non accentuare le differenze di legittimazione.
Questa strada dovrebbe essere seguita
in tutte le materie, a partire da quella più spinosa e difficile
che è la scelta delle candidature, fermo restando che, per la
designazione del candidato a Premier, è opportuno ricorrere alle
primarie, come già avviene in Francia, Germania, Gran Bretagna e
Spagna. Inevitabile sembra l’introduzione del principio
maggioritario come regola interna: di norma, la prassi nell’Ulivo
dovrebbe tendere alla mediazione, alla ricerca unitaria, paziente e
rispettosa delle differenze, anche perché, quando sono vere,
esse riflettono culture che arricchiscono la coalizione. Ma se
questa ricerca porta alla paralisi e
non consente un confronto dinamico sui programmi e soprattutto l’azione
unitaria, è ovvio che si debba ricorrere al voto a maggioranza, cioè al
principio dinamico della partecipazione democratica. L’affermazione che
questa regola vale per i partiti, ma non per le coalizioni, si scontra con
l’obiezione che l’Ulivo deve divenire una coalizione che va ben al di
là del cartello elettorale e della mera coalizione governativa. Oltre a
ciò, il sistema elettorale maggioritario, rispetto a quanto accadeva con
il proporzionale, muta la natura non solo dei partiti, ma anche delle
coalizioni. Naturalmente occorre tenere conto che in organizzazioni
complesse come quelle politiche, la cui ragion d’essere è lo stare e il
decidere insieme, il maggioritario non può che essere un “maggioritario
temperato”. Occorre quindi impedire ogni abuso da parte della
maggioranza, predeterminare i casi e i modi in cui il principio si
esercita, modulare la sua applicazione prescrivendo quando è necessario
l’unanimità, la maggioranza qualificata, quella assoluta e quella
semplice. E soprattutto dare la possibilità alla minoranza non soltanto
di diventare maggioranza, ma di esprimersi visibilmente in forme
opportune. 7.
Il ruolo dei comitati e delle
associazioni per l’ l’Ulivo Allo stato attuale, sul territorio nazionale esiste una rete articolata di circa 200
fra comitati e associazioni per l’Ulivo.
Alcuni sono nati come “Comitati
Prodi” nel 1994-95 ed hanno continuato a lavorare nel
proprio territorio, altri sono sorti successivamente, ma quasi tutti sono
collegati in rete attraverso il forum e la mailing list del sito www.ulivo.it.
I loro rappresentanti si sono confrontati a Chianciano, dal 25 al 27 ottobre, in occasione
del seminario “L’ulivo, un progetto, un metodo”, nel corso del quale hanno delineato
l’immagine dell’”Ulivo di base” e si sono chiesti quale ruolo spetti ai cittadini associati nel processo di realizzazione
del nuovo Ulivo. Alla luce di ciò che è emerso a
Chianciano, i Comitati e le
Associazioni per l’Ulivo
hanno l’importante a funzione di stimolare e possibilmente generare le relazioni tra i partiti e
la “spina dorsale della società italiana”: associazioni,
categorie, movimenti, liste
civiche e singoli cittadini. Per questo essi dovrebbero essere presenti in
ogni collegio elettorale, in modo da far nascere dovunque la Federazione
dell’Ulivo; contestualmente dovrebbero farsi promotori di iniziative
unitarie locali (dibattiti, seminari, manifestazioni), attraverso cui
far uscire i partiti e gli eletti dalle stanze chiuse, per cercare
partecipazione e consensi tra la gente. Il Centrodestra, infatti, può fare a
meno di questa rete di sinergie, grazie all’impero mediatico di cui
dispone, mentre per l’Ulivo essere capillarmente presenti sui
territori è l’unica carta decisiva per tornare a vincere. 8. La
prospettiva strategica dell’ Ulivo Per concludere, - l’Ulivo ha bisogno di più unità, se vuole sconfiggere la destra
e deve diventare ancora più riconoscibile, soprattutto attraverso il
disegno di società che ipotizza e attraverso il programma per attuare
concretamente tale modello. - l’Ulivo deve diventare sempre più
una Federazione, formata dai tre soggetti che ne sono i pilastri:
gli eletti, i partiti ed i volontari dei comitati e delle associazioni per
l’Ulivo. Ognuno di questi soggetti, compresi i partiti, conta e pesa non
tanto per se stesso, ma in quanto parte dell’Ulivo, che rappresenta nel
bipolarismo la prospettiva politica e strategica. - alla federazione dell’Ulivo dovrebbero poter aderire
direttamente anche i cittadini non iscritti ai partiti del
Centrosinistra; - all’interno della Federazione, i comitati
e le associazioni devono
difendere la propria autonomia, come terzo soggetto che si batte a
fianco degli eletti e dei partiti, ma non debbono né trasformarsi in un
nuovo partito, né contrapporsi ai partiti, il cui ruolo è vitale per la
democrazia. La loro peculiare ragion d’essere va trovata:
1) come anima unitaria dell’Ulivo, in quanto essi tendono,
rispetto agli altri due soggetti, a privilegiare l’unità come valore in
sé; 2)
nella carica etica che proviene loro dal carattere
volontario e dal rapporto con la società, in particolare con i movimenti
delle nuove generazioni; 3) come ponte verso la società e
costruttori di quel vasto sistema di relazioni sociali, anche organizzate,
di cui l’Ulivo ha estremo bisogno per estendere la propria influenza; 4)
come promotori di partecipazione democratica e di democratizzazione
della vita politica, a partire dalle realtà territoriali
dell’Ulivo. - l’obiettivo da perseguire, conseguente con le
cose finora dette, è la Convenzione Nazionale dell’Ulivo, da
indire in tempi brevi: una Convenzione con valore costituente, che abbia
il fine di definire il progetto-programma, il patto federativo tra i
partiti e aperto ai cittadini, lo statuto e il gruppo dirigente del nuovo
Ulivo. ALLEGATO Documento
finale del seminario “L’Ulivo: un progetto, un metodo” Chianciano, 25-27 ottobre 2002 CITTADINI E ASSOCIAZIONI PER L’ULIVO Chi
siamo: L’Assemblea di Chianciano è
composta da associazioni, comitati , cittadini – anche residenti all’estero - liste civiche, coordinamenti aperti ai cittadini ed ai
movimenti; tutte le ricche realtà che, unitariamente e in tutta Italia,
contribuiscono alla costruzione dell’Ulivo dalla base. Noi, componenti dell’Assemblea:
Oggi, 27 ottobre 2002 - dopo due giornate
di confronto – emerge la volontà dell’associazionismo di base
di riunirsi nuovamente a Roma il 30 novembre 2002, per avviare un cammino
comune verso un’assemblea nazionale di tutto
il mondo associativo per l’Ulivo. CONTENUTI Prendiamo a base dello sviluppo del nostro
programma e del manifesto politico i lavori di Chianciano, articolati in
relazioni, documenti – anche quelli presentati nel
sito Ulivo.it -, resoconti del dibattito nei gruppi di lavoro. PROGETTO
Le componenti dell'Ulivo sono i partiti,
gli eletti e il mondo dell’associazionismo dell’Ulivo. DECISIONI
·
costituire oggi un
“Coordinamento Operativo Provvisorio” ·
dare mandato al Coordinamento
Operativo Provvisorio di predisporre due proposte di documenti: ·
riconvocarsi come assemblea a
Roma sabato 30 novembre in luogo da stabilire ponendo all'ordine del
giorno: ·
www.Ulivo.it è la sede
naturale per il nostro dibattito. · www.Ulivo.it comparirà in tutti nostri documenti.
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